Carmen Boccu

Artista

“La nuvola in calzoni” – Danzare sul filo

Attualità

Comments Closed


Share this post

“Ma la notte sempre più s’impantana per la stanza…”
Colori ad olio diluiti su cartoncino
50x56cm

Avvicinarsi al sacro fuoco senza timore di bruciarsi. A mani nude, raccoglierne una favilla e posarla altrove, per dar vita a una fiamma nuova e insieme antica.
Dipingere Majakovskij, incidere Majakovskij richiede coraggio. Non solo perché l’accostamento a un titano della poesia è sempre arduo, presuppone infinita sensibilità ed espone comunque al rischio di ridurre la ricchezza del verso, la sua polisemia allusiva e sfuggente, all’evidenza univoca del segno. Affrontare Majakovskij è una sfida particolarmente complessa anche perché il georgiano non fu “soltanto” poeta, ma ebbe pure una valida formazione da artista visivo.
Proprio grazie a questa doppia natura creativa riuscì a elevare la temperatura retorica della sua lirica fino a toccare il punto di fusione tra verso e immagine. Un’impresa nella quale giocò un ruolo fondamentale il ricorso – appassionato, martellante, a volte tracimante – al tropo della metafora: la più “visiva” tra le soluzioni formali a sua disposizione.
Ma la ricerca del Graal dell’unione tra pittura e poesia non fu certo l’unica sua preoccupazione, corroso com’era da un’urgenza espressiva che non avrebbe mai permesso isolamenti parnassiani, né avrebbe concesso spazio a estenuate sperimentazioni sinestetiche. Istanze lontanissime dalla sua indole romanticamente eversiva, nichilisticamente rivoluzionaria, capace di immenso candore e rabbie purissime. “Giovane strafottente e dall’aspetto di ironico apache”, lo definì l’amico David Burljuk, padre della pittura avanguardista russa.
Majakovskij: un uomo capace di sognare una vita senza fine e al tempo stesso di corteggiare la morte, prima di abbracciarla volontariamente il 14 aprile 1930, a nemmeno 37 anni d’età.
Trasporre in forma e colore una poesia che è già immagine – e per di più immagine rovente, creata da un genio tragico – implica il pericolo di cadere nel didascalismo, d’incagliarsi in sterili tautologie.

Per dipingere e incidere La nuvola in calzoni, per confrontarsi con questo poema per ben due volte a distanza di oltre vent’anni l’una dall’altra, come ha fatto Carmen Boccù, il coraggio non basta. Perché La nuvola in calzoni è forse l’opera che meglio testimonia l’ansia visionaria di Majakovskij, la più vicina (anche cronologicamente) alla sua formazione artistica e, al tempo stesso, la più libera e ingenua, ancora lontana dalle censure e autocensure della plumbea epoca staliniana. Una composizione figlia dagli entusiasmi e della sensibilità esasperata di un poeta poco più che ventenne, posto di fronte agli sconvolgimenti del cuore e della storia.
Fortunatamente, oggi come negli anni Ottanta, Carmen è artista dotata di una sana vena di incoscienza. Dote indispensabile per provare a danzare su quel filo che Majakovskij ha teso, ad altezze vertiginose, tra la vetta della passione e il mondo iperuranio dell’eversione lirica.
Molte cose sono cambiate in due decenni abbondanti: da un olio diluito su cartoncini di grande formato, capace di effetti quasi acquarellistici, Carmen è passata all’incisione. Ha sposato i tempi lunghi di una tecnica che esige pazienza e faticoso labor limae, superando l’approccio rapido ed emotivo del suo “primo” Majakovskij. L’innamoramento folgorante nei confronti del poeta, una passione che non concedeva spazio all’attesa (tanto da farle varcare i confini della Nuvola in calzoni per correre, in un paio di circostanze, verso l’Infernaccio della città e Di questo), si è trasformato in un amore più misurato e consapevole.
Eppure, anche a fronte di questi elementi di discontinuità, confrontando il primo corpus con quello più recente si notano almeno tre persistenti analogie.
La prima riguarda l’importanza degli effetti cromatici: palesi nei dipinti, sono paradossalmente evidenti anche nelle incisioni, persino quando il linoleum soppianta la lastra metallica. La natura eminentemente grafica dell’incisione è compensata ora dal ricorso agli acidi, ora da inchiostri che infrangono la dittatura del nero.
Il secondo tratto comune va invece ricercato nei versi scelti come fonte d’ispirazione: la predilezione dell’artista, infatti, è sempre per le metafore e le similitudini più intense. Non è casuale il fatto che, a distanza di tanto tempo, in ben due occasioni sia tornata a confrontarsi con gli stessi passaggi particolarmente inquieti . Ed è interessante notare anche come, in entrambi i momenti, Carmen abbia privilegiato versi nei quali si trovano più o meno espliciti riferimenti all’universo del colore .

"Ma ecco, gigantesco, mi incurvo alla finestra, ne struggo con la fronte il vetro." Incisione 21,7x15,6cm

“Ma ecco, gigantesco, mi incurvo alla finestra, ne struggo con la fronte il vetro.”
Incisione
21,7×15,6cm

Costante in entrambi i blocchi di lavoro è poi la fedeltà al testo. Che ovviamente non significa traslitterazione passiva della parola in immagine. Si esplica piuttosto in un’accurata ricerca di consonanze tra le situazioni descritte e le emozioni evocate dal verso da un lato, e l’interpretazione del soggetto dall’altro. Cosciente della dimensione di per sé pittorica sottesa al poetare di Majakovskij, l’artista si accosta alla Nuvola in calzoni con grande rispetto. Si lascia sedurre e guidare dall’opera, ma non annulla mai la propria personalità, che traspare evidente dalle soluzioni iconografiche adottate. Basti pensare alla ricorrenza dei temi della notte e della finestra, tanto nei dipinti quanto nelle incisioni: due soggetti ricchi di valenze simboliche, perfettamente inquadrabili nel suo percorso creativo, sempre attento al significato spirituale del segno, alla ricerca di punti di contatto tra dimensioni diverse, tra “dentro” e “fuori”, materia e spirito, tenebre e luce.
Tuttavia, se nel corpus dei dipinti a olio degli anni Ottanta, che appare quasi monolitico, la fedeltà nei confronti del poema si traduce anche in una forte coerenza interna al dipingere, dietro i lavori più recenti si intuisce una figura più evoluta e sicura di sé. In queste ultime incisioni Carmen si rivela disposta ad affrontare il rischio di una relativa disomogeneità stilistica pur di esplorare a fondo ogni sfumatura del verso. L’alternanza tra il linoleum e la lastra metallica determina infatti un’ineludibile soluzione della continuità formale, pienamente compensata dal filo rosso della coerenza spirituale. Una coerenza figlia non solo della centralità attribuita al testo di Majakovskij, ma anche della personalità dell’artista, oggi capace di dare piena voce agli elementi fondanti della sua poetica anche attraverso scelte stilistiche tra loro diverse.